E' sempre stato lì




































Amparo Ferrari e Sebastian Zabronski, sono due artisti completi, spaziano a 360 gradi nella giostra dell'arte e si sono messi alla luce della ribalta nel contesto Veneziano, prima con il progetto di Amerigo Nutolo, Private Gallery, e poi successivamente con il progetto "Il Matrimonio" con il quale hanno partecipato al concorso della Fondazione Bevilacqua La Masa, con il quale hanno vinto una borsa di studio. Ed eccoci ad un anno da quella vittoria, (...dove Amparo e Seba hanno continuato a fare mostre le più importanti: Biennale Internazionale Siart, Bolivia, e LatinoLatino Arte Contemporanea Latino America nell'Italia del Sud) con un altro interessante lavoro, dal titolo 

E' sempre stato li

che potrete visitare sia sul sito : www.conceptinprogress.com, sia dal 13 dicembre presso Palazzetto Tito a Venezia.

Di seguito riportiamo il testo del progetto, e vi invitiamo ad essere presenti giorno 13 dicembre per poter ammirare le 25 istallazioni che si susseguranno nell'arco della mostra fino al 16 gennaio 2008.

[...]la vita sopravviene al tempo,

 come terrore che usurpa tutta l’anima.

Son sempre altri tramonti, altra gloria;

Io sento la fatica dello specchio

che non riposa in una sola immagine. [...]

Jorge Luis Borges

Un tonfo cauto e sordo -  un frutto dal ramo s’è staccato via -  

Tra l’incessante melodia

 del bosco, silenzioso, muto...

Osip Mandel’štam

20. Kuan. – La Contemplazione (la Visione)

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Un bambino, don Manuel , mi guarda. Ha un filo fra le mani. Tiene legata al filo una gazza che nel becco ha un

foglietto. Il foglio porta scritto un nome. Due gatti sono pronti a assalirla. Altri uccelli sono in una gabbia, impri-

gionati. Nella crudezza della sua dipendenza assoluta, quella gazza non era che una figura nata per quel nome

che stringe, il pittore. Era la sua condizione. Un’autoritratto nascosto. Goya, da sempre, lì.

Certe opere se non ci torni più volte, non riesci a vederle.

L’opera di Amparo Ferrari e di Sebastian Zabronski, è così, cambierà in continuazione. Chi non la vede più di

una volta e non assisterà al suo compimento, al suo ultimo giorno, è come se non avesse visto l’opera. La

differenza con Goya, è che, nel loro caso, non è l’autore, ma l’opera stessa a ritrarsi.

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 Doveva entrare la vita e invadere le sale di Palazzo Tito. Non più la biografia nella nudità del suo dise-

gno.

Ora era il tempo della luce che viene dagli starnuti della realtà, dal collasso del respiro, dall’intermittenza creata

da certe immagini quotidiane che interrompono la continuità del senso e riassumono contraddizione e valore di

ciò che proviamo, facciamo. Amparo e Sebastian avevano deciso che era necessario dare questi segni e

sottrarsi per incidere in essi una presenza più abbandonata, più forte. Un’opera che facesse mostra di come

cambia, che ospitasse la vita mentre si crea, mentre esce da sè.

Ma queste immagini erano intrappolate nella soglia fra presente e racconto, ognuna appariva come il finale di

qualcosa di non scritto, componevano una rete di crepe senza muri. E la vita era l’ombra di un corpo 

inafferrabile.

2

 C’è un momento in cui si apre il vuoto. Lo spazio riempie tutto ciò che ospita. Vi è un terrore di possibili-

tà. Contempli la finitezza misteriosa di ciò che ti circonda. Con rabbia e passione cerchi un senso in quello che

c’è. Ritorni a un nido di segni ancestrali. Lì cerchi il tempo. Cerchi i pezzi rotti del suo guscio, li vuoi riunire. La

matrice da cui tutte le immagini sorgono, l’emblema che sintetizzi ogni divenire. Ma ancora non è abbastanza.

L’emblema sembra vuoto, la matrice incompleta.

3

Allora capita che arrivi un’immagine da molto vicino. Era là; si era già radicata; cresceva con noi. Era già fuori di

noi. Era in noi. Era nel tempo che cercavamo, in come la cercavamo.

Così è stato per Amparo e Sebastian. Quando arriva quest’immagine il quadro ci appare come composto da

sempre. Lo spazio si riempie di relazioni e di ramificazioni. Tutto diventa un’organismo che va oltre il tempo.

Proviamo una scossa nel renderci conto di cosa sta accadendo – di cosa stava per accadere. E’ come guardare

in faccia la prima volta il volto di chi si amerà e percepirvi già il calore di quell’intimità che, poco per volta, lo

porterà fuori dall’ombra del totalmente visibile.

E’ così che è nata l’opera. Anche in ciò che ho scritto è già presente l’opera. Bisogna vedere l’immagine che c’è

dietro le parole, per riconoscerla.

Amerigo Nutolo

  1”[...]la vida se adelanta sobre el tiempo,/ como terror que usurpa toda el alma./Siempre hay otros ocasos, otra gloria;/Yo siento la fatiga del espejo,/que

no descansa en una imagen sola. [...]”, Jorge Luis Borges, Vanilocuencia; la traduzione è di chi scrive.

  2.In Osip Mandel’štam, Cinquanta Poesie, Collezione Einaudi Poesia, traduzione di Remo Faccani.

  3.“Ritratto di don Manuel Osorio Manrique de Zuñiga”, (ca.1790), Francisco de Goya y Lucientes, Metropolitan Museum of Art’s, New York.