E si parla del Collettivo!*

L’aria, appena usciti dalla stazione di Venezia, era frizzante e il sole novembrino concedeva un po’ di tiepido calore. Come al solito le rive del Canal Grande erano piene di gente che mangiava, faceva fotografie o guardava estasiata lo spettacolo. Francesco Liggieri si è fatto trovare lì davanti. Dalla stazione percorrendo vicoletti e costeggiando un’infinità di canali siamo arrivati alla Galleria L’Occhio dove c’erano in mostra alcuni lavori del Collettivo Rapido. Durante la passeggiata Francesco interrompeva la nostra conversazione per raccontarmi aneddoti su una strada, o un particolare monumento, su cose che riguardavano lui o altri. Dalle sue parole traspariva il suo profondo amore per Venezia, la città dove aveva vissuto negli ultimi sette anni, e che lo aveva accompagnato nella sua formazione artistica. Un pantesco dopo tutto a Venezia si sente un po’ come a casa, l’umidità e il profumo di sale nell’aria, acqua che scorre ovunque e può capitare sbucando da una “calle” di trovarsi davanti ad un grande panorama con un orizzonte lontano e il sole che sta tramontando.
I discorsi di Francesco spaziavano da un argomento all’altro, gli anni universitari, il futuro, il valore dell’arte contemporanea e le differenze tra l’Italia e l’estero, i primi riconoscimenti, e il Collettivo.

Francesco, come è nata l’idea del Collettivo Rapido?

Ero all'ultimo anno di Accademia e mi ero seccato di vedere sempre i soliti noti a fare le mostre quando molti altri artisti si facevano il mazzo e non venivano premiati. Mi sono detto: bene, la storia dell'arte è piena di gruppi o di correnti artistiche create da più persone e ho iniziato a maturare l'idea di fare qualcosa di totalmente autonomo.

E come si è sviluppata... avevi già al tuo fianco le persone che ora ne fanno parte o le hai dovute cercare?

Ho iniziato a girare l'accademia cercando di realizzare un gruppo e mi appuntavo i nomi delle persone che mi parlavano attraverso il loro lavoro. Li ho contattati per proporgli una mostra. Inizialmente eravamo in 21. La prima mostra è stata fatta ufficialmente nel gennaio del 2006, si chiamava Dis-nascondimento (ovvero il portare alla luce nuove cose, in quel caso nuovi artisti) e l’abbiamo fatta a Giudecca(area di Venezia ndR) in uno spazio appena aperto e all'inaugurazione sono venute 400 persone. La mattina dopo in accademia mi sono trovato una pila di Cd e Dvd di altri studenti che volevano lavorare con il Collettivo....
Ma volevo scremare il numero di artisti. Volevo un gruppo più piccolo e diviso equamente tra donne e uomini. Ad aprile 2006 ho scelto i membri dell'attuale gruppo e abbiamo fatto la mostra Untitled, che ha portato una cosa come 634 persone in uno spazio associativo piccolo ma davvero bellissimo,nel cuore di Venezia. Anche lì è stato davvero bello, perché io conoscevo gli artisti,ma gli artisti tra di loro non si conoscevano quindi dovevano mettersi in gioco e portare comunque il loro contributo per il gruppo. Un modo per socializzare, comunicare.
Poi a Luglio dello stesso anno, grazie ad un’artista spagnola che aveva partecipato alla prima mostra, siamo stati invitati a Madrid per partecipare al progetto Big Bang. E’ stato lì che il Collettivo ha preso la forma che ha attualmente ed è diventato davvero un gruppo.

E le tue attività individuali invece?

Io ho esposto a Los Angeles, a Londra, ho lavorato nelle mostre 13x17 e Mai dire Mao, con Philippe Daverio. Ho un sacco di progetti per il futuro, cose a breve e a lungo termine. Attualmente per esempio sto prendendo in considerazione la proposta di partecipare alla Biennale dell’Arte di Istanbul nel 2009.

Che ruolo ha Pantelleria nella tua arte?

Quando ero all'Accademia, i colori erano quelli del sud, di Pantelleria. Ora invece si nota di meno anche se qualcosa è rimasto. Pantelleria entra dentro, è difficile mandarla via.

Come è sono stati i primi tempi a Venezia e all’Accademia?

Ti racconto un aneddoto: pensa che il mio docente di pittura, ha fatto l'esame di abilitazione a Roma con Cossyro presidente di commissione! Quando il mio docente scoprì che ero pantesco sono stati 4 anni di guerra. Mi ha sempre guardato come l'isolano che veniva in città, le verifiche sui miei lavori erano sempre "leggere". Pensa che la mia laurea è durata 5 minuti contati e non mi ha dato la lode nonostante la commissione me la volesse dare. Ma alla fine ho preso 110 su 110. E in una delle accademie più importanti d’Italia, e per me che venivo da ragioneria, era come arrivare sulla luna.

Non ti è mai venuto in mente di fare un’esposizione a Pantelleria?

Vuoi ridere? Due anni fa, dopo la mostra a Madrid, ho contattato il Comune per farmi dare il castello, era fatta. Poi il giorno che abbiamo fatto le valigie e stavamo venendo giù, mi chiama il comune e mi dice: "guarda non potete venire perché sono iniziati i lavori al castello di restauro...". “Ma come?!” ho detto “ e io adesso agli sponsor che gli dico?” Mi hanno risposto che era un problema mio. Ero così felice, era già tutto organizzato, è la mia isola, capisci? Ho dovuto spiegare agli sponsor che non se ne faceva più nulla e alla fine quella mostra l’abbiamo fatta da un’altra parte. Evviva la politica sui giovani.

                                                                                                                                                                                                    Angelo Valenza 


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